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Il valore della libertà

Primo dato: l’Italia ha perso quasi 300.000 posti di lavoro nell’ultimo anno… statistica citata dal telegiornale, non mi ricordo la fonte precisa e non so se sia vera o falsa, ma moltissime persone nella mia cerchia di conoscenze hanno perso il lavoro sul serio e quindi propendo più per la prima ipotesi.

Secondo dato: il governo Berlusconi gode ancora di un forte consenso, nonostante non abbia risolto nessun problema strutturale del paese, nonostante abbia tentato (e stia ancora tentando) di far passare leggi dalla dubbia moralità e con effetti piuttosto favorevoli per l’attuale premier in carica e per il suo staff. Per non parlare poi della demagogia sugli immigrati o sulla lotta ai fannulloni nella pubblica amministrazione… chiunque abbia mai provato a gestire un gruppo di persone sa benissimo che la motivazione e la responsabilità valgono molto di più della frusta… ma la frusta è più scenografica, anche se per sfoggiarla spendiamo milioni di euro nella inutile tornellatura di decine di palazzi pubblici.

Quarto dato: la sua opposizione è fatta di un branco di persone che non ispirano nessuna fiducia, chiassose, isolate, ciascuno aggrappato alla propria linea, senza la minima conoscenza delle più basilari leggi di marketing, perché diciamo la verità, in politica vince chi comunica meglio, visto che i risultati, se ci sono, si producono dopo le elezioni.

Di fronte a questi dati che mi preoccupano parecchio per il mio futuro di cittadino e di imprenditore mi chiedo come mai nessuno si inquieti più di tanto, se non forse quando viene buttato fuori a calci dallo stabilimento o dall’azienda.

Sapete qual’è una delle tante risposte che mi vengono in mente ? Che alle persone piace la libertà, non quella che finisce quando inizia quella del proprio vicino, ma quella assoluta di poter fare quello che si vuole, quella di passarti davanti mentre fai la fila, di passare sulla corsia di emergenza o quella di un signore che stasera si è incazzato perché ho parcheggiato la macchina vicina alla sua al supermercato… ero dentro le mie strisce, ma lui non poteva far girare il suo carrello vicino agli sportelli.

La libertà assoluta è una voglia pericolosa, perché ti fa apprezzare chi la promette, anche se quel qualcuno viola sistematicamente tutte le regole, perché in fondo non ti sembra un gran male, le regole sono pallose, a che pro rispettarle ?

Peccato che la sistematica violazione delle regole, specialmente di quelle etiche, porti ad una società peggiore, xenofoba, omofoba, centrata sull’individualità e sull’esteriorità, ben lontana dall’apertura culturale e dall’integrazione che sarebbero necessarie per risolvere le grandi sfide a cui ci troviamo di fronte, a meno di non voler risolvere i problemi della globalizzazione recintando la Padania con il filo spinato e coltivando cicoria per fare il caffè autoctono.

Tanto per citare ancora Nicholas Negroponte, la cultura è il modo migliore per combattere le guerre, perché chi acquista cultura è meno incline alla violenza, è più predisposto a capire e a comunicare con chi è diverso ed ha gli strumenti qualitativi e quantitativi per misurare le notizie che gli giungono e prendere decisioni ponderate… ma noi riduciamo le ore di inglese nelle scuole, tagliamo l’insegnamento della geografia e cerchiamo di creare un popolo progressivamente più ignorante, in una nazione in cui i tronisti guadagnano dieci volte lo stipendio di un ricercatore… che forse non sarebbe nemmeno il male peggiore, se il povero ricercatore avesse i mezzi per lavorare e non fosse costretto a riempire papiri di carta per una nuova fornitura di toner per la stampante o l’acquisto di una penna Bic.

La cultura non è una prerogativa della Sinistra o della Destra, è una prerogativa umana, nasce dalla capacità unica dell’uomo (almeno per ora) di farsi domande, interrogarsi sul significato della propria vita e di cercare di darsi delle risposte… capisco che per esorcizzare la paura della vita una bella Maserati o una biondona di un metro e ottanta sia un ottimo palliativo, ma presto o tardi le grandi questioni ti tornano davanti, non sarebbe meglio ogni tanto cercare di affrontarle con più consapevolezza ?

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Category: Thoughts

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4 Responses

  1. Massimiliano Bastianelli says:

    Ciao Fabrizio,

    ho letto con interesse le tue considerazioni su libertà e cultura e mi è venuto spontaneo condividere con te alcune riflessioni richiamate proprio da questa lettura.

    Una curiosa coincidenza anzitutto… Anche io faccio riferimento ai parcheggi dei supermercati quando cerco di spiegare quello che – secondo me – non va!!
    Cito sempre un esempio, molto, troppo comune: arriva sempre uno che – ad un certo punto – parcheggia di traverso, fuori dalle strisce, in doppia fila (anche in tripla a volte, per la verità…) ostruendo il passaggio a te che vorresti uscire e che avevi parcheggiato bene (perché rispetti le regole, perché pensi che la libertà tua finisca dove inizia quella degli altri, e così via..).
    L’altro lo fa quasi sempre “perché ha fretta” e ha proprio bisogno di fare quella “certa cosa”, proprio lì….di corsa.

    Lui è qualcuno che ha deciso (senza mettertene a parte) che ha più fretta di te, che fare quella sua “cosa” è estremamente più importante del fatto che tu faccia le tue… e così via.
    Di fatto: ti ignora, non gliene frega nulla che esisti, non si pone minimamente il problema che vive in una società e che fuori dal suo privato deve rispettare tutti gli altri, a partire dai loro tempi e dalle loro priorità!!!

    Ecco a cosa servono le regole! A far sì che …se non c’è posto nel parcheggio….te ne vai in un altro quartiere, in un’altra città, in un altro universo a comprare quella tua “cosa” maledettamente urgente; e avrai imparato ad uscire da casa venti minuti prima o a fare meglio la spesa non privandoti comunque della tua maledetta “cosa” urgente.
    Io invece potrò uscire dal parcheggio nel tempo da me deciso e sentirmi libero (e sicuro) nella società nella quale vivo.

    Le regole servono ad avere tutti la libertà. Senza regole non può esserci libertà!!

    ***
    La diffusione della cultura, del sapere dovrebbe essere al primo posto nelle priorità di tutti i governi.

    Tuttavia non credo molto al fatto che possedere una cultura – di per sé – sia risolutivo di conflitti e foriero di società meglio organizzate. Una cultura forse ce l’hanno anche molti dei capi che non ci piacciono.
    A volte “quelli che hanno letto milioni di libri” parcheggiano in terza fila e fanno il comodo loro, opprimono il prossimo oppure sono illustri evasori o a capo di multinazionali della truffa.

    Il problema semmai sembra essere: quale cultura? Quale universo di imperativi morali? Quale insieme di valori deve essere a fondamento di una organizzazione, di una società?

    Voglio dire che la cultura – almeno per come comunemente la intendiamo – mi sembra più un “mezzo” che altro. Un “mezzo” indiscutibilmente necessario, ma da non confondere direttamente con il “fine” (società pacifiche, relazioni umane di qualità, l’uomo e i suoi bisogni al centro dell’economia e non una economia totalmente irrazionale, etc).

    Ci deve essere qualcos’altro che – a parità di sapere posseduto – ti spinge a volte verso un fine a volte verso un altro.
    Non so esattamente definire cosa sia. Ma molte volte ho l’impressione che questo “qualcos’altro” sia il punto da cui partire.

    A presto,

    Massimiliano

  2. Il matematico says:

    Ciao, complimenti per il blog, ben tenuto ed ordinato.

    Un appunto: hai scordato “il terzo dato”.

    Potremmo ricavarci un film basato sul mondo post-apocalittico: “Il terzo dato”! :-)

  3. fgiamma says:

    Ciao Max,
    condivido la tua riflessione, la cultura non è un fine, ma è sicuramente un mezzo.

    Credo però che si possano leggere tanti libri, vedere tanti spettacoli, andare a tante mostre, senza realmente percepire il vero valore di quello che si sta guardando.

    Il valore della cultura sta, nella mia modesta visione, nella comprensione della variegata e multiforme struttura del mondo, che ogni artista ha compreso, interiorizzato ed espresso in modo diverso.

    Questa comprensione aiuta a capire che il mondo non è fatto solo dal proprio vicino che mette la musica troppo alta o dalla bolletta del gas da pagare, ma che è pieno di luoghi, di persone, di sentimenti, di oggetti insomma che vanno ben al di là della nostra semplice esistenza.

    Ecco io sostengo che questa consapevolezza possa ridurre il numero dei conflitti, semplicemente perché disinnesca una delle motivazioni che li supportano, ovvero la paura del diverso e dell’ignoto.

    Detto questo però faccio altre due osservazioni:

    1) Gli artisti o gli uomini di cultura non sono sempre necessariamente modelli positivi… anzi spesso hanno condotto una vita dissoluta e complessa, ma il prodotto della loro inquietudine può essere strumentale per il fine che ti dicevo prima…

    2) Le motivazioni che spingono al conflitto sono generalmente: il potere, il denaro e/o varie combinazioni di queste e di altre componenti simili. Ma se il terreno in cui germogliano è meno fertile, perché le persone che lo abitano sono più consapevoli, beh, forse e sottolineo il forse, questo potrebbe avere un influsso positivo.

    Ma tanto le nostre sono discussioni accademiche… l’incentivazione alla cultura non è cosa diffusa nel nostro paese ;-)

  4. bonfa says:

    Caro Fabrizio, sottoscrivo in pieno il tuo post dato che si parla di cose vere e che tutti noi vediamo ogni giorno. Purtroppo il nostro sta diventando un paese sempre più mediocre e le nuove generazioni crescono abbastanza impoverite da carenze strutturali e di apprendimento, ma ci tireremo fuori lo stesso dalla crisi…all’italiana come al solito!

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