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Random thoughts about technology and philosophy

Flowing

Quest’oggi scriverò un post un pò più personale. La maggior parte delle cose che ho scritto sul blog negli ultimi mesi sono di carattere riflessivo, forse indizi di una personalità, ma tutto sommato superficiali rispetto alla mia vita interiore.

Oggi voglio condividere invece una sensazione strettamente privata, in cui forse qualcuno può riconoscersi. 

La vita non è sempre semplice e non abbattersi davanti alle difficoltà è davvero un’impresa, anche se io, almeno a detta di molte persone, ho un atteggiamento molto zen rispetto alle cose. Ma i miei momenti di sconforto e di scoraggiamento naturalmente li ho eccome, giorni in cui avverti quel sottile velo di tristezza che cerchi magari di nascondere comprando qualche inutile cavolata.

Da qualche tempo però l’atteggiamento con cui affronto queste situazioni è cambiato e si è riflettuto anche in una maggiore serenità esteriore. Con il tempo ho imparato a considerare problemi le cose veramente serie e a non fare un dramma di tutte le altre, evitando così le nevrosi che molte persone intorno a me sembrano avere per i problemi più insulsi.

Tuttavia ogni tanto mi mancava una valvola di sfogo, sentivo di riuscire ad aggirare fluidamente gli ostacoli, ma qualche cosa sembrava rimanermi attaccato addosso. Poi ho ricominciato a fare più attività fisica, passando tutta l’estate a correre con regolarità e magicamente anche questi residui hanno cominciato a staccarsi. 

Due settimane fa l’incontro fatale con l’Aikido, un arte marziale che avrei voluto praticare da molti anni, più o meno da quando ho smesso di fare Karate e ho provato spasmodicamente un po’ tutti gli sport, iscrivendomi in palestre in cui ho fatto si e no la prima lezione.

L’Aikido non si può raccontare a parole. E’ un’arte che ha radici antiche e il nome suona come “Disciplina che conduce all’unione ed all’armonia con l’energia vitale e lo spirito dell’Universo” (Da wikipedia). E’ un’arte difficile, intrisa di meditazione, di sforzo, di fatica per arrivare alla consapevolezza del proprio corpo, dei propri movimenti, fatti in comunione con il cervello che deve essere acceso ma non troppo, vigile ma non vincolante, una specie di danza spettacolare da vedere ma estremamente complessa da imparare.

Dopo qualche lezione di fatica (pochissime naturalmente) la cosa che più mi ha colpito (sia dell’Aikido che di me stesso) è che l’essenza di questa arte non sta tanto nell’imparare tecniche più o meno evolute, ma nella via che ti porta a padroneggiarle meglio, esplorando e conoscendo te stesso. Una via che parte dall’accettazione che il cammino verso la crescita non ha un termine, appena si diventa esperti di qualcosa,  emerge subito una nuova sfida.

Qui non si tratta di conquistare cinture, gradi e punti, ma di mettersi di fronte ai propri limiti e a trovare l’umiltà ed il coraggio di affrontarli, con la consapevolezza che se ci saranno grandi risultati meglio, se non ci saranno comunque la strada che avrai percorso avrà comunque l’inestimabile valore di aver fatto crescere la tua persona e la tua armonia con il mondo (avrei potuto scrivere Univeso… ma forse sarebbe stato troppo altisonante…)

Si incappa spesso in cose negative, qualche volta si trovano invece inaspettatamente cose buone, vicine a te e neppure molto costose ;-)

The myth of multitasking

Ho appena finito di leggere un bel libro che si intitola “The myth of multitasking”, sottotitolo “How doing it all gets nothing done”.

E’ un libro agile di appena 140 pagine, che spiega perché il multitasking, ovvero il fare più cose contemporaneamente, non solo non è un bene, ma anzi comporta un deciso peggioramento nella quantità e nella qualità delle cose che riusciamo a fare.

Benché non ci sia scritto nulla di rivoluzionario, la lettura è assai interessante perché spiega la differenza tra i diversi tipi di multitasking: quello cattivo, ovvero il continuo cambiare attenzione da una cosa all’altra, che definisce “switchtasking”, e quello buono, il cosiddetto “background tasking”. 

Il backgroundtasking sarebbe quello che facciamo quando per esempio stiamo stirando una camicia e in sottofondo ascoltiamo della musica, ovvero la contemporaneità di più attività che non richiedono un lavoro attivo da parte del cervello.

Pare infatti che gli studi più recenti abbiano definitivamente confermato che il cervello non può in nessun modo fare più cose nello stesso tempo e che, al pari di quello che fa un computer, per cui peraltro il termine multitasking era stato inventato, non fa che passare da una cosa all’altra con una consistente perdita di tempo.

Dedicato a tutti quelli che ritengono di saper fare dieci cose insieme, in particolare quelli che hanno installato sul pc nell’ordine: Messenger, Facebook, Skype, Twitter, Un lettore qualunque di feed e la posta elettronica, e che, nonostante tutto questo, dichiarano di riuscire a lavorare.

Flying…

Visto che il mondo non è finito, due utili siti per i viaggiatori, che mostrano quale è il posto migliore sugli aerei di diverse compagnie:

It’s the end of the world…

E se siete seriamente preoccupati che oggi scompaia il mondo ecco un articolo di Wired che riassume cosa si aspettano gli scienziati del LHC.

Lo so non è granché come post… ma se viene la fine del mondo almeno un articolo della bandiera dovevo scriverlo ;-)

Success

Un altro video preso da Ted, dura solo tre minuti ma è un piccolo capolavoro di umorismo e sintesi… italiani prendere spunto ;-)