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Random thoughts about technology and philosophy

Grease

AI miei quattro lettori stavolta vorrei proporre la recensione di uno spettacolo teatrale un po’ speciale, che non si trova nel cartellone di un teatro, ma è stato organizzato da Simona e rappresentato nel teatro della sua scuola ed è venuto talmente bene che sarebbe un peccato non parlarne.

Come si intuisce dal titolo lo spettacolo è Grease, famosissimo film degli anni 70, portato in teatro dalla Cuccarini credo ormai più di dieci anni fa.

I protagonisti sono due ragazzi di nome Danny e Sandy, che si incontrano al mare e si innamorano non sapendo che l’anno successivo frequenteranno lo stesso liceo. Quando si rivedono a scuola Sandy scopre che il suo Danny è considerato un duro, e quindi, per mantenere la sua fama, la tratta in modo ben diverso da quello che lei si sarebbe aspettata.

La storia si evolve tra canti e balli, mostrando sullo sfondo l’America patinata degli anni 50 e il percorso di questi ragazzi,  costretti a crescere e a mettere in discussione il loro modo di essere per affrontare una situazione difficile, preludio forse di tante altre che troveranno più avanti nella vita.

Rappresentare un musical come questo non è per niente facile, eppure Simona e i suoi ragazzi sono riusciti perfettamente nell’intento, strappando applausi e sorrisi al pubblico, quasi incredulo di fronte a tanta bravura. Hanno cantato, ballato, fatto break dance e acrobazie, e hanno recitato fra loro con spontaneità e coinvolgimento, dimostranto un talento e una naturalezza da veri professionisti.

Non so se qualche dirigente scolastico o educatore leggerà mai questo post, ma io non posso non sottolineare la profonda utilità di momenti come questi nella crescita umana e culturale delle nuove generazioni. Queste rappresentazioni teatrali prendono decine di ragazzi, che spesso non si conoscono nemmeno perché appartengono a classi diverse, li mettono insieme a recitare, cantare, ballare, ponendoli di fronte alle loro profonde paure e aiutandoli a superarle e ad acquistare fiducia in se stessi, insegnando loro il rispetto degli altri e creando un profondo senso di solidarietà e di amicizia.

Se non è educazione questa, beh non so cos’altro possa esserlo. Sento spesso parlare nelle scuole di programmi, di metodologie, di valutazione e di tante altre elucubrazioni che avranno sicuramente una grande utilità nella costruzione di percorsi formativi.

Ma quello che abbiamo visto oggi è una cosa diversa e non meno fondamentale nella vita: è l’emozione, è la tensione felina che si sviluppa prima dello spettacolo e che esplode sul palco quando ognuno dà il meglio di sé. E’ il sentirsi vivi e poter esprimere, ciascuno con i propri mezzi, quello che si ha dentro.

Penso che queste cose non abbiamo prezzo in una società lobotomizzata e focalizzata sul consumare schermi LCD e cellulari, dove spesso i giovani non hanno modelli di riferimento sani nemmeno nelle proprie famiglie.

Complimenti a tutti i ragazzi, che hanno raccolto i meritati applausi e complimenti a Simona che ancora una volta dovrà convenire che io ho sempre ragione quando le dico che coloro che hanno un vero talento devono percorrere con serenità la propria strada perché alla fine, in un modo o nell’altro, il loro valore emergerà naturalmente.

Il lato oscuro dell’Outsourcing

Molti di noi temono di perdere il lavoro perché le nostre aziende si trasferiscono in paesi dove la manodopera costa meno.

Guardate i due video di questo post di Tim Ferris per scoprire la starodinaria storia di questo programmatore americano, licenziato dalla sua compagnia perché il suo lavoro è stato affidato in outsourcing in India, che decide di prendere un aereo e di andare a Bangalore per scoprire chi sono e come vivono quelli che gli hanno tolto lo stipendio.

Un interessante viaggio che mostra i lati oscuri del progresso, la povertà ed il rischio della disintegrazione culturale in una società che sta rimodellando se stessa per soddisfare le esigenze dei paesi che trasferiscono in India le loro attività produttive.

Connecting the dots…

Una delle cose che mi ha colpito di più nel video di Steve Jobs che consigliatvo nel post precedente è l’espressione “connecting the dots”, in italiano suonerebbe come collegare i puntini, ma che in senso più lato potremmo tradurre con: “mettere insieme tutti i pezzi e trarre delle conseguenze”.

L’idea è che spesso nella vita ti capitano fatti apparentemente non collegati che poi però si ricompongono in una visione più ampia o che comunque influenzano in modo decisivo il tuo pensiero in un momento successivo, quando altri fatti accaduti ti danno la possibilità di comprendere appieno i precedenti.

Qualche giorno fa sono stato a Ballarò con Jim ed ho conosciuto una responsabile dell’università Americana in cui lui lavora. La donna in questione ha un incarico di responsabilità, ha viaggiato molto, parla fluentemente almeno quattro lingue e ne “legge” altre due (latino e tedesco), eppure è una persona spiritosa e divertente, aperta al dialogo e assolutamente incurante del suo “status”.

L’impressione che trasmette ovviamente è quella di una persona in gamba, perché la vera cultura e la vera “grandezza” non hanno bisogno di essere annunciate da se stessi, ma traspaiono dalle azioni che facciamo e dalle cose che diciamo, come naturale espressione della nostra essenza.

Giorni dopo ero in ufficio e Luca stava lavorando su una locandina per il concorso di “Miss Castelli Romani”, quando l’organizzatrice del concorso disse con un tono tra il rassegnato ed il rammaricato che non sapeva dove mettere i loghi degli sponsor di Velletri, perché ognuno di loro li avrebbe voluti grandi come l’intera locandina mentre i grandi marchi, tipo Nike per esempio, non si curano minimamente delle dimensioni.

A questo punto dentro di me si è formata una prima connessione tra i puntini e ho enunciato mentalmente il mio teorema della grandezza:

La dimensione del marchio  è inversamente proporzionale alla grandezza reale del proprietario nel proprio campo di applicazione.

In altre parole più hai bisogno di un marchio grande e più, probabilmente, il tuo peso nel mercato non è  significativo.

Questa mattina poi cercavo di raggiungere il mio ufficio, mentre entrava in vigore il nuovo piano del traffico della città di Velletri, che ha praticamente sconvolto i sensi di marcia di ogni strada della città per correggere due aberranti errori progettuali: la rotonda  ed il terminal dei pulman vicino alla stazione. E come per incanto mi sono venuti in mente i vari assessori, architetti e tecnici che si aggirano per la città in gruppi e osservano gli effetti delle loro mosse come se fossero i demiurghi di un nuovo ordine mondiale, mentre la fila di macchine provocata dalla loro insensatezza è diventata chilometrica e allora una nuova connessione fra puntini spunta nella mia mente…

Ma non è che quelli che non hanno tutta questa bravura tendono a mostrarla con gesti più o meno plateali, con loghi più o meno appariscenti, senza però avere l’umiltà di chiedere il parare a gente più competente sulle cose che non sanno ?

In fondo non è che per essere un buon assessore alla viabilità bisogna essere un Ingegnere esperto in flussi del traffico, basterebbe chiamarne uno.

Faccio troppe connessioni tra puntini ? Forse. Ma quando allungo lo sguardo dal mio balcone e vedo le macchine in fila sulla principale arteria di comunicazione della città, provo un vago senso di vittoria, e la voglia impellente di appendere sul mio palazzo una gigantografia della mia faccia ;-)